x

Selezionati per te (1 di 1 articoli):

<< >>

Non “madre”, ma “genitore che sta partorendo”: il linguaggio trans-friendly nel Regno Unito

Voce Contro Corrente

Non “madre”, ma “genitore che sta partorendo”: il linguaggio trans-friendly nel Regno Unito

mercoledì 17 Febbraio 2021 - 10:14
Non “madre”, ma “genitore che sta partorendo”: il linguaggio trans-friendly nel Regno Unito

Non “madre” ma “madre o genitore che sta partorendo”. Non “padre” ma “genitore”, “co-genitore” o “secondo genitore biologico”. Non “latte materno” ma “latte umano”, “latte toracico” o “latte della madre o del genitore che allatta”. Sono queste le linee guida adottate da due ospedali del Regno Unito per avere un linguaggio inclusivo e trans-friendly.

Il Brighton and Sussex University Hospitals NHS Trust ha deciso di adottare un linguaggio inclusivo riguardo al genere. Per questa ragione, le ostetriche dovranno rivedere la propria terminologia a partire dal nome del luogo di lavoro. Non più “Dipartimento dei servizi di maternità”, ma piuttosto “dei servizi perinatali”.

Le linee guida trans-friendly

Tra le linee guida promosse, è accordata la preferenza alla sostituzione del termine “donna” col più generico “persona”.

“L’identità di genere può essere fonte di oppressione e disuguaglianza sanitaria. Stiamo consapevolmente usando le parole “donne” e “persone” insieme per chiarire che ci impegniamo a lavorare per affrontare le disuguaglianze di salute per tutti coloro che utilizzano i nostri servizi”, si legge.

Ribadendo l’impegno per la tutela della salute dei gruppi discriminati, tra cui anche le donne di colore e i migranti, l’ospedale ribadisce: “Continuando a utilizzare il termine “donna”, ci impegniamo a lavorare per affrontare la disuguaglianze sulla salute per tutti coloro che utilizzano i nostri servizi”.

Poi prosegue: “Riconosciamo anche che attualmente sono presenti essenzialismo biologico e transfobia all’interno di elementi delle principali narrazioni e discorsi sulla nascita”.

“Ci sforziamo di proteggere i nostri utenti trans e non binari e professionisti sanitari da una persecuzione addizionale a seguito di modifiche terminologiche, riconoscendo l’impatto significativo questo può avere sul benessere psicologico ed emotivo”.

“Riconoscere il contesto culturale in cui si verifica lo sviluppo dei servizi è vitale per mettere al sicuro vite trans e non binarie”.

“Misogino e disumanizzante”

In mezzo al plauso, non sono mancate le voci dissidenti, che hanno accusato questo linguaggio di essere non tanto inclusivo quanto misogino e disumanizzante.

Sul National Review Madeleine Kearns ha sottolineato che per lungo tempo questo linguaggio è stato osteggiato dalle femministe sostenendo che alla fine produca la “cancellazione” delle donne.

“Le parole riflettono o distorcono semplicemente i fatti. Una donna è ancora una donna se la chiami qualcos’altro, sia essa una “persona non binaria” o un “uomo trans”. E una madre è ancora una madre se la chiami “allattatrice” o “genitrice del parto””, scrive Kearns.

“Il dirottamento del linguaggio è la stessa sinistra strategia su cui fa affidamento ogni ideologia totalitaria. Termini senza senso come “misgendering”, “cis-privilege”, “cisgender”, “dead naming”, ecc., Esistono solo da dieci anni o giù di lì, e solo nel mainstream per molto meno tempo, eppure sono già stati usati con incredibile efficacia per confondere, intimidire e dissuadere le persone (inclusi i conservatori) dall’usare una terminologia biologicamente precisa in contesti in cui farlo è molto importante (ad es. tribunale o Congresso)”.

“Ovviamente è vergognoso che un linguaggio ingannevole debba essere utilizzato dalla classe politica, o così sconsideratamente da coloro che ne sanno di più. Ma è più che inquietante che dovrebbe farsi strada nella medicina finanziata con fondi pubblici”, ha concluso Kearns.

Leggi anche: “Perché il re vale più della regina?”: olandese inventa le carte genderless

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenta